L’ebbrezza del sangue: ci salveremo?

di Nicola Prebenna

Non c’è paese che possa sentirsi al riparo dalla furia del terrorismo, di matrice jadista. L’ultima strage consumatasi nel cuore di Barcellona lo ha confermato senza ambiguità. Su questi episodi si accendono con un rituale standardizzato gli interventi più disparati di politici, politologi, esperti di relazioni internazionali, esperti di problematiche mediorientali, studiosi dei fenomeni terroristici a dimensione planetaria, esponenti delle maggiori fedi religiose monoteiste.

Alcune riflessioni intendiamo proporle anche noi, ben consapevoli della complessità del problema e della soluzione che non è affatto a portata di mano, come abbiamo avuto modo di sottolineare in diversi precedenti interventi su questa stessa testata. La prima, e non inutile, precisazione è che, pur essendo il terrorismo islamico scaturito da contesti in cui la religione islamica è preponderante se non esclusiva, sarebbe un errore grossolano identificare terrorismo e islam.
Tanti sono i paesi musulmani che adottano comportamenti ispirati alla tolleranza, e tantissimi i musulmani che intessono rapporti positivi e costruttivi con persone del mondo occidentale, radicate nei valori nostri, della civiltà greco-romana prima e cristiana poi; senza dire che alcuni di loro sono vittime al pari degli infedeli.
Seconda considerazione: in una fase in cui l’apparato militare del sedicente ISIS è in evidente crisi e, stando a quel che si conosce, in fase di forte ripiegamento territoriale, il ricorso alle iniziative terroristiche, affidate a fanatici estremizzati, a schegge impazzite che non è difficile individuare e reclutare in un mare sterminato di individui, appare come l’arma più adatta a seminare il terrore, generare paura, compiere stragi esemplari. Dire schegge impazzite non vuol dire persone sprovvedute o cani sciolti: a volte possono anche esserlo, altre volte sono anelli di un ingranaggio ben collaudato e sperimentato, dove conta non tanto il successo strategico, la conquista di obiettivi sensibili, quanto mettere in atto qualche gesto che impressioni, per le vittime coinvolte, per le modalità con cui l’atto terroristico viene attuato, per il clamore e l’insicurezza che, a livello mondiale, certamente ne conseguono.
Riteniamo che non siano tanti i predestinati alla morte altrui e propria; sono però ben camuffati e talvolta protetti da una rete di complicità che li aiuta a mandare ad effetto i propositi assassini. Terza considerazione: il problema è di natura politico-militare. Se le maggiori potenze mondiali sono per davvero convinte della pericolosità del terrorismo e dello stato islamici, che ne è l’ispiratore, debbono congiuntamente unire gli sforzi, condividere le strategie, mettere in comune le attività di intelligence e, se necessario, ricorrere solidarmente anche all’uso delle armi. Se si dismette la tendenza al doppiogiochismo, se il terrorismo cessa di essere per qualcuno una tigre da cavalcare a svantaggio dei competitors sulla scena mondiale, lo stato islamico non ha vita lunga.
Le ipotesi che stiamo avanzando non ritraggono tutti gli aspetti delle diverse sfaccettature del problema, sono una fotografia abbastanza fedele dei tanti e diversi elementi che entrano in gioco. Quarta considerazione: non è che la gestione del traffico dei migranti non sia una sorta di società per azioni tra spregiudicati che mirano solo al guadagno facile e guerriglieri ISIS che, oltre a garantirsi finanziamenti di non poco conto, attuano strategie che nel lungo corso dovrebbero portare alla disseminazione, in Europa e altrove, di quelle schegge impazzite che dovrebbero seminare morte e distruzione nelle tante realtà dell’occidente? Di sicuro delle connivenze ci sono. E qui gli accordi, in primo luogo con la Libia, sono una necessità diplomatica e strategica.
Ultima considerazione, di questa stringata riflessione, è che non si scongiura il pericolo ipotizzando scenari di scontro stellare: la politica dell’ascolto, del confronto, dell’incontro sono al momento un fattore decisivo nel creare un atteggiamento positivo nei confronti di quanti la pensano diversamente; un ruolo importante, anche se per ovvie ragioni silenzioso, è quello affidato alle forze di intelligence che danno l’idea di ben funzionare e che, di atti potenzialmente ostili, ne hanno bloccati parecchi. Per il resto, favorire l’incontro, il dialogo, non è abdicazione, non è sottomissione, ma scelta saggia di individuare una possibile soluzione alla sconfitta dell’ebbrezza del sangue che obnubila la mente e si fa negazione dell’umanità; oltre ad essere una delle poche possibilità di salvezza. Ce la faremo?