Ieri l’ennesimo caso ecclatante é stato quello della rivolta dei detenuti in un padiglione dell’istituto di Poggioreale, ma ogni giorno c’è una mattanza invisibile che non fa clamore e né notizia e che vede coinvolti soprattutto i poliziotti penitenziari. Persone che rischiano la propria incolumità e che spesso non reggono allo stress accumulato ( la polizia penitenziaria ha un alto tasso di suicidi tra le forze dell’ordine N.d.A.).  Una fila silenziosa di uomini e donne che fanno un lavoro che non è alla portata di tutti e che lo fanno da disarmati: con sé non hanno nessun mezzo di protezione o di difesa, devono solo sperare che vada tutto bene e che nessuno cerchi di aggredirli o che nessun detenuto pensi di suicidarsi perché la prima cosa é indagare il poliziotto che ha avuto la sventura di essere comandato in quella sezione. Senza tener conto che, come spesso accade, lo stesso poliziotto  ha dovuto occupare più posti di servizio, magari anche su più piani. Solo così, per puntare il dito, si parla del poliziotto penitenziario, mai per elogiarlo. Da Nord a Sud l’emergenza é quotidiana: oggi é stata la volta di un detenuto che a Vigevano ha aggredito il comandante, a Benevento, nel reparto che ospita i detenuti psichiatrici, un poliziotto é rimasto ferito dopo un tentativo d’incendio. Potremmo fare mille esempi, ma purtroppo tutto cade nell’oblio. I problemi che affliggono gli istituti penitenziari sono troppi: dal sovraffollamento alla presenza di detenuti psichiatrici che invece di stare nelle Rems, che hanno sostituito gli Opg, ma che numericamente sono insufficienti ad accogliere tutti coloro che dovrebbero starci e che per questo si ritrovano in un istituto normale; dalla presenza di detenuti stranieri al poco personale per arrivare,  infine, alla vigilanza dinamica che ha regalato, tra le tante cose, la possibilità ai detenuti di organizzarsi meglio a discapito dell’ordine e della sicurezza che dovrebbero essere alla base per un vero percorso rieducativo. I problemi sono tanti, ma la causa comune é questo buonismo che ha “regalato” diritti e pretese a coloro che per primi li hanno negati al prossimo. Al momento, in Italia non c’è certezza della pena e finchè gli interessi economici, legati ai tanti, troppi corsi che dovrebbero aiutare il reinserimento e che in realtà sono solo il pretesto per sperperare denaro pubblico, avranno la meglio rispetto a chi, quotidianamente rischia la propria vita per tentare di far rispettare un minimo di regole e soprattutto finché il buonismo a favore dei carnefici dilagherà a discapito delle vere vittime, la giustizia in Italia é destinata al fallimento.