di Michele Frascione
La chiesa cattolica al centro del paese antico di Bisaccia, è stata tanto importante che, ancora oggi, è semplicemente “la chiesa”, ha dato il nome al luogo dove è stata collocata, piano della chiesa o ufficialmente piazza Duomo, l’altro ampio e magnifico palcoscenico, tutto in pietra massiccia e scalpellata a mano, che non ha eguali in Alta Irpinia e molto più in là. Imponenza e bellezza storica e artistica della chiesa e della piazza, si ammirano prima di salire in alto, al celestiale. Un consiglio preliminare al tour. Sia la piazza che la chiesa, avranno avuto progettisti e disegnatori, che oggi chiamiamo architetti, ingegneri e geometri, ma il primo impatto da considerare è il respiro lungo degli spaccapietre e degli scalpellini. Il lavoro preciso e concreto, duro e faticoso, anonimo di intere famiglie di Bisaccesi. L’ Uno sul ciglio della strada, umile operaio addetto a maneggiare scalpelli perfettamente affilati, mazze e mazzuoli, passava la giornata a spezzar pietre, la prima forma geometrica approssimativa. L’ Altro, abile artigiano, continuava a scalpellare la maggior geometria e precisione per completare l’opera alla bisogna. Eccoli questi lavori artigianali e artistici di cordonate, colonne, pilastri, archi e spigoli diritti, emblemi, davanzali, cornici, soglie, gradini e muri a “facciavista”, hanno incastonato la loro modestia e nobiltà in arte e monumentalità e segnato la storica identità di Bisaccia
Prima di entrare definitevi bene la bussola gli orientamenti. La Chiesa si trova al centro di due poteri, e tanto non è una sottigliezza contemplativa o un dato casuale o neutrale, sottende rapporti di fiducia, implica, include, presuppone, racchiude, conta. A sinistra il Potere antico, il maestoso Castello Federiciano e a destra il Potere moderno, il Municipio, e cosi’ è stato. I più colti chiamano la chiesa anche Cattedrale, ma tanto è vero solo in parte, è esattamente una Concattedrale, parificata in dignità e privilegi alle altre concattedrali dell’arcidiocesi di Sant’Angelo dei Lombardi-Conza-Nusco-Bisaccia. Cosicché la vera cattedrale resta quella di Sant’Angelo dei Lombardi, dove è la sede del vescovo e dei canonici ( i “dignitari” ), i titolari di insegnamenti e di ordini, lì è la cattedra. Per la gerarchia cattolica tanto contava e conta. La facciata frontale domina la piazza, in ampiezza e pietra calcarea, maestosa, bella, solare, in stile romanico e gotico, come a dire tutto, sormontato da bassorilievi, cornicioni spessi e compatti. In una cornice centrale di ampio triangolo un’icona di un Santo Vescovo, in alto, verso la punta, un Cristo sereno e raccolto in preghiera tra due leoni. Pare che la chiesa risalga al medioevo, precedentemente edificata in un’altra più antica piazza denominata ( non a caso) Vescovado Vecchio più a fondo del centro storico, è stata rasa al suolo da terremoti nel 1456, 1515, 1694, 1732, cosicché la chiesa attuale risale al 1747 ed è in parte rifatta con i materiali dell’edificio precedente. Volendo entrare in dettagli o nel linguaggio della Chiesa, rischiate l’intellettualismo, troppi frammisti, complicazioni e confusioni per un tour turistico, lasciate perdere, basta sapere che, se per i cattolici la chiesa è un luogo di culto, per tutti è un maestoso monumento storico e artistico fuori dall’ordinario. In tale veste a volte non è apprezzato a sufficienza, o conosciuto solo marginalmente. Salite i gradini per sollevarvi dal terreno e siete all’interno. Ancor di più qui troppi distinguo diventano rompicapo, anche se avete alcune reminiscenze scolastiche e cercaste di definire, in linguaggio architettonico, di quale stile si tratti non ci riuscirete e non ci provate, meglio restare a misto di stili: romanico, gotico, barocco, neoclassico e via di seguito, fino al tanto aggiunto funzionalismo passato e recente, a volte ossessivamente teso a rispecchiare lo scopo per cui la chiesa è nata, per ultimo il cartongesso in sostituzione dell’antico soffitto che nel 1975 sostituì l’antico legno per realizzare un controsoffitto di stile classicheggiante a riquadri regolari in stucco di resina e inserire, sempre per funzionalità, anche l’impianto di riscaldamento. Lasciate perdere, godetevi il tour, abbandonatevi alla spontaneità e gustatevi i singoli pezzi. Però, anche cosi’ non basta, sarebbe troppo dispersivo, una semplice idea guida vi serve anche per poter cogliere i particolari. Allora immaginatela cosi’. Alla entrata vi trovate di fronte tre lunghi spazi (una navata centrale più grande e due laterali). Semplificate e pensate ad una croce cattolica: a tre quarti della linea verticale c’è la linea orizzontale più corta della prima. Vi dice che, tutto intero questo luogo, celebra la croce, un’esaltazione monumentale della Croce. Si dice, non c’è giorno senza una croce, e quella è la tua croce che si sopporta ogni giorno. In tutto l’ambiente domina l’effetto ombra, e vi prende una sensazione di paura, si spiega, deve produrre un sentimento previsto, fa parte dello spettacolo dell’insieme, anzi è il più concreta che si può vivere qui. E’ il chiaroscuro drammatico che ricorda le tenebre, l’ombra in cui sei e da ripudiare, il male esistenziale che deve spingere verso la luce e il fine ultimo. Tu sei nell’ombra, anzi, in quanto umano, sei ombra, devi fondere tutti i sentimenti umani di felicità, piacere, passione…. Senza vergogna, dolore, sofferenza, e quant’altro, devi proiettarti verso la luce, la salvezza viene dalla croce, che per i Cattolici è la Via Crucis (la via della Croce appunto), la Croce del Cristo, l’emblema della salvezza. La vita reale dunque sarebbe un cammino di infelicità, impotenza, limite, sconfitta, sofferenza, poi il destino umano della morte, ma per il Cattolico non è una tristezza da temperare, anzi, è lo scopo della tua venuta al mondo come persona, è il sacrificio che prepara alla salvezza eterna. Insomma oppressione e potenza, vita e morte, poi resurrezione. E’ proprio in questo ordine e percorso che è tutta costruita questa chiesa. Vi conviene seguirlo con ordine, partite dalle 2 navate laterali, poi tornate dove siete entrati . Sia nella prima che nella seconda navata incontrate una serie di nicchie con statue di noti santi, realizzate quasi a dimensione umane, con lineamenti umani definiti fin nei minimi particolari, di straordinaria manifattura, di pregevole arte. Fa parte all’arricchimento visivo. Sicuramente una sottomissione e per taluni anche una richiesta di grazia. Devozione o venerazione? Religioso o profano? Usanze o gloria? Culto per l’immagine? Sono quesiti irrisolvibili, rompicapi che nemmeno chi li vive riuscirebbe a risolvere. Sicuramente per la ufficialità della Chiesa Cattolica la idolatria è condannata aspramente con tanto di bolle papali e fin dalle origini fondamento dell’anti-paganesimo. Per capire che è un santo, partite semplicemente dal vocabolario dove si legge che significa separato, ma da chi? Umano, ma separato dagli umani “peccatori”, tu sei vicino ma hai di fronte l’inavvicinabile, il separato, il santo messo a parte per uno scopo di mediazione e sacrificio. Ecco, quelle statue ti accompagnano nel percorso di cui si diceva nella idea generale. Se tanto non bastasse posso ricordare anche le formelle in bassorilievo, sistemate lungo le pareti, preziosi manufatti intarsiati e pittorici, ognuno è un’opera d’arte e in collana con le altre. Narrano della via crucis del Cristo, come un antico video seriale, invitano a conoscere e a partecipare al dolore di Cristo crocifisso in un atmosfera e forme plastiche, forti, vibranti. E siete pronti per avanzare lungo la navata centrale. Filari di banchi in legno massiccio con schienali a mo’ di lunghi e stretti tavolinetti, panche plurali e poggiapiedi per contenere il pubblico (i fedeli), poi a destra Il pulpito, una piattaforma rialzata, in legno intarsiato, attaccata al muro, semicircolare e con parapetto. Il predicatore accede per una scaletta laterale e si affaccia da una larga imboccatura abbastante capace di mostrare il busto e il suo gesticolare dall’alto per accendere la platea degli uditori in basso. Prima le immagini, ora la parola e il gesto per continuare ad accompagnarvi nel cammino. Oggi sembra prevalsa la formula di predica da altri punti di vista degli uditori, al di là del limitare della colonna, cambia la scenografia, ma non la sostanza. Si dice ancora: Da che pulpito viene la predica! Ma non è riferito al luogo da cui parte, è il “Salire sul pulpito”, assumere un tono predicatorio. La predica non presupppone comportamenti conseguenti, non deve essere necessariamente di francescana memoria, rivolgersi agli uccelli, un parlare a poveri ed emarginati, o invitare ad essere sempre giovani…Tutti…Esaltanti!! Il simbolismo sotto il pulpito lo rende evidente, è attaccata la statua di un grosso uccello che sorregge. Sembra un pellicano mostruoso, ad ali spiegate e con un lungo e largo becco, una minaccia per l’uditorio. Dal pulpito la parola del predicatore scende all’uditorio e non c’è altra opinione o contestazione possibile, in un altro luogo di democrazia si potrebbe definirlo un imbonitore altisonante, uno strillone, ma qui è guida e accompagnatore. Poi la navata si interrompe e si delimita l’altra area riservata, a sinistra un spazio per il vescovo con la scenica sedia vescovile, in legno e nella pomposità riservata a un’autorità sovrana. Un poco più avanti e siete arrivati. Si apre uno spazio semicircolare, il sacro riservato. Campeggia l’altare in tutto il suo splendore, cardine, essenza e ragione della chiesa, il punto centrale di riferimento di tutta la chiesa e la stella polare del cammino. Nel luogo in cui si compie il rito religioso, si compie e si celebra il sacrificio. Rievocazione, venerazione, sacrifico e salvezza della resurrezione. Uscite dal tempio, ma non dimenticate di ammirare il campanile a lato, in cima il tamburo con le campane, che prima si suonavano tirate a mano, ora con la tecnologia si suonano più spesso e a lungo, è tutto registrato. Piu’ in basso degli archi. Poi girategli intorno lentamente, soffermatevi, in basso, Incastrate nelle robuste lastre di pietra, elenchi di nomi e cognomi di persone vere (umane). Si potrebbe dire che non si intonano nell’insieme e non solo perché segnate nel freddo marmo bianco, ma pur sempre di un sacrificio si tratta, Mappe di nomi e cognomi di una memoria tragica. Secondo la moda del momento furono celebrati come caduti per l’onore della patria, in realtà furono sacrificati e morti, tra milioni di morti, per guerre che ci hanno riempito i muri dei paesi, delle piazze e dei campanili. Ma forse l’assonanza c’è , sta nella simbologia e nell’ insegnamento eterno per un’altra salvezza dal l’insensato sacrificio della guerra, di tutte le guerre.
















































