Mi ha colto di sorpresa la notizia triste della scomparsa del preside Aurelio Benevento. Un’altra figura di primissimo piano del mondo culturale irpino e non solo è venuta a mancare. In questo breve ricordo, che desidero affidare a coloro che ne hanno forse solo sentito parlare, mi piace sottolineare la statura dell’intellettuale che aveva adottato la linea della coerenza e dell’impegno silenzioso, sia sul versante della ricerca che su quello del lavoro quotidiano, come uomo di scuola quotidianamente impegnato perché l’istituzione affidata alle sue cure funzionasse nel migliore dei modi e producesse frutti abbondanti e significativi. Giovane docente, approdato all’Istituto Magistrale “G. Dorso” di Ariano, nei primi anni settanta, ebbi il piacere di averlo come preside, senza che avessi avuto modo di conoscerlo prima. Fui colpito dalla sua cultura che scorreva come naturalmente, senza ostentazione, senza prevaricazione, ma che si lasciava recepire per la profondità dei rinvii e per il garbo con cui la proponeva. Profondamente ligio ai doveri del proprio stato, era puntualmente al suo posto e, anche se poteva apparire severo, era di una umanità profonda che non sempre era percepita all’esterno per il suo carattere schivo e riservato. Non durò molto il nostro rapporto scolastico, avendo lui la legittima aspirazione a trasferirsi ad Avellino: per quanto limitato nel tempo, io ebbi modo di cogliere ed ammirare l’elevato livello della sua cultura, il suo zelante attaccamento al dovere, la capacità di riconoscere le qualità del personale chiamato a collaborare con lui e, come detto in precedenza, la sua carica di umanità che riusciva a manifestare con un certo imbarazzo, data la sua nota timidezza. Mi piace qui ricordare due episodi che esemplificano molto bene quanto poc’anzi precisato. Mi chiede per l’indomani se ero disponibile ad anticipare una lezione; acconsento, però accade che preso dalla routine dimentichi di arrivare prima a scuola. L’indomani dopo che ci salutammo, molto garbatamente mi chiese: “ ma lei, professore, non doveva venire prima?”. Di colpo, ricordo l’impegno assunto e, senza giri di parole, confessai la mia dimenticanza. Finì lì l’episodio, probabilmente convinto della sincerità dell’ammissione e certo che si era trattato di un fatto eccezionale. Il secondo episodio è relativo ad un atto audace da parte mia. Avevamo concluso la seduta degli scrutini trimestrali e, dato che a me piaceva anche scherzare, pregai i colleghi e il preside a pazientare un attimo perché avevo da raccontar loro una barzelletta. La raccontai e, tutto sorridente, si congedò da noi. L’ho rivisto dopo molti anni, dato che la mia esperienza di docente si è svolta prevalentemente all’estero, e sono stato anche a fargli visita a casa sua. Altro tratto della sua persona che merita di essere sottolineato, oltre alla signorilità ed al garbo, è il suo alto rigore morale, fatto di scelte spesso coraggiose, lontane dai condizionamenti presenti nella vita delle istituzioni. Quello stesso rigore con cui si dedicava alla ricerca ed alla critica letteraria applicava alla sua condotta di vita: per questo, ben a ragione, oggi lamentiamo tutti la scomparsa di un intellettuale che ha fatto della ricerca e della vita un monumento alla coerenza ed all’onestà.