Covid e scuola, il legale: docenti e personale Ata non protetti

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Covid e scuola, il legale: docenti e personale Ata non protetti
L’avvocato Salvatore spiega come nelle scuole sia stata mortificata la distanza all’interno delle aule, e sottolinea l’inadeguatezza dei presidi di sicurezza consegnati a lavoratori ATA e docenti: “La mascherina chirurgica protegge per lo più l’interlocutore. La pericolosità del virus è aumentata, passando da categoria 2 a 3: perché non ci si è adeguati fornendo mascherine filtranti?”.
Uno dei tanti temi delicati affrontati in questo momento in Italia e nella nostra regione, è sicuramente quello relativo agli istituti scolastici. Tra chi ha ripreso le attività, e chi invece ha deciso di rimandare l’apertura (vedi il sindaco di Avellino Gianluca Festa con le scuole superiori, ancora in DAD) il dibattito resta aperto.
Così come, aperto, resta il tema legato alla sicurezza all’interno delle scuole, tra distanza e  mascherine consegnate a insegnanti e personale ATA.
E proprio a tal proposito abbiamo interpellato l’avvocato Vincenzina Salvatore, che sta portando avanti una causa importante come quella delle mascherine date in dotazione a docenti e personale ATA. Tanti di questi ultimi, provenienti da tutta Italia, fanno appello all’impegno dell’avvocato per far sì che si intervenga in questo senso.
L’avvocato Salvatore spiega: “I dispositivi per poter proteggere il lavoratore sono la distanza e i dispositivi di protezione individuale. La distanza di sicurezza è stata “tagliata”: in tutte le amministrazione si parla di 1 metro interpersonale, che viene misurato da braccio a braccio, invece il Ministero dell’Istruzione ha introdotto il concetto delle rime buccali. Il Cts, su sollecitazione dell’ex ministro, si è reso conto che l’edilizia scolastica non garantisce spazi in grado di ospitare in sicurezza, quindi il metro non viene più misurato da braccio a braccio, bensì da bocca a bocca. I ragazzi non sono a distanza di 1 metro, ma a 50-70 cm gli uni dagli altri. Per far quadrare i conti in aule piccole, dove spesso non c’è possibilità di turnazioni, è andato tutto a scapito della sicurezza. Altro aspetto da tenere in considerazione è che non vi sono le distanze necessarie per le uscite di sicurezza: se dovesse succedere qualcosa dovremmo gestire una situazione al cospetto della quale non si è preparati. I conti son dovuti tornare riducendo la distanza tra i banchi, tra la cattedra e gli alunni, oltre alla distanza per consentire di lasciare libere le vie di fuga“.

E se la distanza non è quella necessaria, sottolinea l’avvocato, la situazione non migliora quando si parla di presidi di protezione: “Da un lato la distanza viene mortificata, dall’altro sono stati consegnati sistemi di protezione che non sono idonei. Quando a marzo è scoppiata la pandemia e ci siamo resi conto di avere a che fare con un problema più grande di noi, il Governo Conte è stato costretto normativamente ad equiparare la mascherina chirurgica a DPI (Dispositivo di Protezione Individuale), come riportato nel decreto n.18 del 2020. A distanza di un anno, dopo la scellerata scelta di acquistare i banchi con le rotelle che oggi vengono tenuti nelle palestre delle scuole -non essendo sicuri e quindi utilizzabili-, al sopravvenire di varianti che si dice abbiano capacità di diffusione più alta, oggi docenti e personale ATA ricevono ancora la mascherina chirurgica. Questa non è un vero dispositivo di protezione: la mascherina deve proteggere la persona che la indossa, in questo caso il docente o il collaboratore scolastico, e non l’interlocutore. Ma la chirurgica protegge chi la indossa solo per il 20%, tutela maggiormente l’interlocutore. Questi dati mi sono stati forniti da un’azienda specializzata in analisi di tessuti delle mascherine, la Sana SRL, che mi conferma che la trama di cui si compone la mascherina chirurgica non è in grado di proteggere dalle particelle del covid, che sono più piccole rispetto alla porosità tessutale della chirurgica stessa. Questa va usata in ambito sanitario, ma non per proteggere i lavoratori. Ad ottobre il decreto legge 125 ha innalzato la soglia pericolosità del virus, da agente biologico di categoria 2 a categoria 3. A marzo 2020 il Governo Conte, che ignorava il problema, equiparò la mascherina chirurgica a DPI, anche perché di mascherine non se ne trovavano. Ma a distanza di un anno la situazione è invariata, il Cts non ha rivalutato il rischio né i dispositivi di protezione individuali, nonostante la situazione epidemiologica sia mutata. Sono sopraggiunte le varianti, è aumentata la conoscenza del virus, e quest’ultimo non è più, come detto pocanzi, categoria 2, dove il rischio è paragonabile all’influenza, ma categoria 3, il che vuol dire che può mettere in serio pericolo la vita dei lavoratori, come affermato nel decreto legislativo n.81 del 2008“.
Di qui la decisione dell’avvocato Salvatore di attivarsi in merito: “Due settimane fa ho inviato un atto di significazione e diffida al Ministero dell’Istruzione. Ho informato anche la Procura della Repubblica, presso il Tribunale di Roma, per invitarli a diffidare il Ministero a nome di un gruppo di docenti e di personale ATA sparsi in tutta Italia, e provenienti soprattutto da Campania, Puglia e Toscana. Tutto questo affinché vengano consegnati dispositivi più sicuri, quindi mascherine FP2 e FP3. Ho, a nome del mio studio legale, anche richiesto il giudizio del Giudice del Lavoro affinché accerti l’idoneità della mascherina e condanni il Ministero alla consegna di presidi più sicuri. Il docente ha la possibilità di acquistare da sé una mascherina sicura, non è una questione economica o risarcitoria, ma è una questione legata all’esigenza di far rispettare la legge. Il Testo Unico della sicurezza sul lavoro non consente al lavoratore di apportare modifiche al DPI che il datore di lavoro consegna. C’è un obbligo, un dovere, del lavoratore che non può modificare il dispositivo che gli viene fornito: quindi se viene data la mascherina chirurgica non si può fare altrimenti. Se queste mancanze si fossero avute da un imprenditore privato, ci sarebbero già state chissà quante denunce: la legge deve essere rispettata da chi deve dare l’esempio. Ci auguriamo che la diffida abbia un seguito, altrimenti sono pronta ad impugnare davanti al TAR il prossimo DPCM, che dovrebbe essere pubblicato a giorni, nel caso in cui non venisse previsto l’obbligo a carico della Pubblica Amministrazione di consegnare ai lavoratori mascherine filtranti FP2 o FP3“.
Per concludere un’amara riflessione: “Fino a quando il nostro Ministro dell’Istruzione era Lucia Azzolina, la mascherina chirurgica andava bene. E’ della scorsa settimana, però, una sua dichiarazione nella quale veniva sottolineato come all’interno delle scuole servano le mascherine FP2. Cosa è cambiato? Forse il ruolo politico. A volte viene da chiedersi se chi ricopre determinati ruoli curi gli interessi della popolazione o abbia a cuore esclusivamente la propria posizione istituzionale“.