Migrante: Un pesce muto dalla Libia alla montagna irpina

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Il silenzio dei pesci sulla sua identità personale, ma parla la sua imponenza di gazzella africana, con gli occhi, vivaci, brillanti, che nascondono laghi di tristezza, e con parole concrete, che nascondono vuoti d’aria, un comportamento gentile, affettuoso, dignitoso, che nasconde in certi momenti anche scatti di ira e acredine.

Cosi’ mi appare Shadow, immigrato, giunto tempo fa, attraverso la Libia, che da alcuni anni vive in un paesino della montagna irpina. Mi prega: “Per dire che ci sono, mi chiami Shadow, in italiano significa ombra. Ombru da noi non è una bella parola se detta a una persona. Però noi siamo più animisti, tutti sanno che l’ombra di una persona è proiettata da un vivente. Ne ho passate tante Io, ma vivo ancora, vede la mia ombra”.

Shadow, non vuole che nomini il luogo esatto dove ora vive, ne’ quello da dove proviene, è diffidente, ha paura, per quello che potrebbe succedergli. Nel suo Paese c’è il mare, e in questo paese della montagna della provincia di Avellino, lui si sente un pesce fuor d’acqua, inadeguato. “Partii anni fa per cercare un luogo che si potesse chiamare casa”, ci dice, “per respirare aria aperta in democrazia e libertà. E’ l’Italia lo è. Sì, lo so, ora qui c’è crisi e  manca il  lavoro per tanti giovani che sembrano ance Loro senza futuro e senza speranze, e anche la democrazia scende di alcuni gradini, ma, immaginate in quei nostri Paesi alla disperazione, Allah è grande per tutti, voi lo chiamate Dio, e io non voglio rubare niente a nessuno, cercherò un lavoro qualsiasi, non voglio essere assistito, anzi. Ma forse voi non sapete cosa è l’inferno, dove si diventa spettri, ecco ombre, solo ombre oscure di persone oppresse da poteri opachi…… Guerra e guerriglie, repressione di dittatura ossessiva e totalmente arbitraria”. Ci dice Shadow, con gli occhi fisi verso la sorgente di luce che entra dalla finestra, come se il ricordo fosse ancora fisso all’origine dei maltrattamenti subiti. Poi aggiunge: ”scusami, io non posso pubblicare la mia identità, da noi si dice che i pesci si muovono in branco, si rifugiano nelle acque profonde e cambiano di rotta all’improvviso per proteggersi nei momenti difficili”.
Shadow, non ce lo dice, ma mostra una formazione universitaria, parla abbastanza bene almeno due lingue straniere, e ora anche l’italiano è quasi a un quarto. Lui ama Michelangelo, tiene appeso su un muro un riquadro della “Creazione di Adamo” che è sul soffitto della volta della Cappella Sistina. Forse cosi’ assapora meglio il momento della ricreazione dell’uomo Shadow. E, mentre io guardo in quella direzione, Lui ci tiene a dirmi di aver letto anche qualcosa di Gramsci, forse ha capito qualcosa di me. Di libri in giro non se ne vedono, poi capisco che la sua magia culturale e la sua comunicazione la realizza con il suo telefonino android, non certo di ultima generazione, solo acquistato di seconda mano, e, per quello che deve fare, gli basta”. Con un programma di whatsapp gratis, riesce, a scatti, finanche a chiamare alcuni suoi familiari, che a una certa ora si recano apposta presso i cyber pubblici di quel Paese. Li rassicura: ”Io? Tutto bene, l’Italia è l’Italia”. Mi dice: “Ma non dico loro bugie per accontentarli, faccio solo il paragone, io qui sono al 6, rispetto al loro 1”. Poi Shadow mi narra di aver raggiunto la costa italiana alcuni anni fa, passando per la Libia. Un rifugiato politico, una traversata difficile complessa e difficile, un romanzo triste e inenarrabile, imprigionato, sopravvissuto alla morte, e me ne parla con pochi particolari, i più raccapriccianti al solo ascoltarli, sembra che provi a rimuovere anche il ricordo, per vivere con l’ottimismo del futuro, aggiunge e chiude l’argomento Libia: ”Auguro a chiunque di non vivere mai quello che ho lì vissuto, in Libia”. Poi qualcosa, sinteticamente lo aggiunge: “Ho visto gente imprigionata in condizioni disumane e ho assistito più volte alla morte”….. “Francamente, non auguro a nessuno di vivere quello che ho visto e vissuto io”. Poi prova a contenersi, ma gli scappa la rabbia:” Ma quale campo? Campo di concentramento. In Libia vivevo in carcere”.  Non aveva più niente, aveva perso tutto, per arrivare fin lì avevo speso anche  duecento dollari, accumulati a pezzo a pezzo, in mesi e mesi di qualsiasi lavoro. Mi è rimasta in vita solo la speranza, quando a voce alta chiamavo in aiuto Allah che toccava anche i militari “. E continua: ”Altri duecenti, li ho tenuti accartocciati e cuciti nelle mutande, quei libici lì, le calano alle donne”. Un attimo di respiro, perso nel vuoto, e poi : ” tutto è un problema di denaro alla frontiera. Se paghi, puoi passare, tutto qui. Insomma sono riuscito ad arrivare come ho potuto”. Ancora un vuoto distratto e poi continua: “sono morte persone in mare , uccise, non posso dire che sono felice che io sia ancora vivo. O no?”. E…: ”Con i soldi, puoi comprare tutto, anche le coscienze. Ringrazio Allah per avermi fatto arrivare vivo. Qui ora vorrei vivere tra gente che riconosce il valore dell’uomo”. Provo con una domanda, ma  Shadow glissa e mi dice: “Pensavo che foste più ricchi e che ci fossero meno case che gente, invece  vedo tante case vuote, a volte penso che potrebbero essere abitati da immigrati”.  Ma si  ferma subito, ha di nuovo paura. E aggiunge: ”ma che conta il giudizio di un migrante? So solo che a volte l’immigrato per tanti non è desiderabile”. Poi conclude: ”Se siamo cosi’ ridotti è colpa nostra, ma è  anche la vostra, del passato, del futuro e di oggi, ma di questo sarebbe troppo lungo parlarne”….. “Ora Vi chiedo solo di aiutarci, non trattateci duramente, non possiamo tornare indietro, almeno per ora”. E ora me ne vado io, dopo averlo abbracciato con la tristezza che trattengo negli occhi.

Michele Frascione

Michele Frascione