Sturno: «Abbiamo bisogno di reti umane più che telefoniche»

Intervista a Graziano Fresiello, dirigente di Futuro Nazionale

Come valuta l’installazione di un’antenna 5G nel suo comune di residenza?

Limitandoci solo all’ambito tecnico, io credo che quando si parla di nuovissime tecnologie, come quella del 5G, i cui effetti sull’uomo e sull’ambiente non sono ancora del tutto chiari, ed in presenza di studi ancora molto limitati e con esiti del tutto contrastanti, la scelta più saggia sia sempre quella del principio di massima precauzione.

Ricordiamoci che scienza e progresso, soprattutto oggi che lo Stato è fortemente ridimensionato in tale ambito, non hanno come fine principale quello della salute delle persone, anche se si potrebbe essere tentati dal pensare che una garanzia starebbe nel fatto che effetti negativi in tal senso si ritorcerebbero contro gli stessi investitori.

Un esempio banale è l’amianto, che svolgeva egregiamente la sua funzione antincendio finché non ne fu scoperta la tossicità.

La differenza sta nell’orizzonte temporale in cui le scoperte avvengono. Effetti negativi sulla salute delle persone e sull’ambiente, inteso come habitat naturale per l’essere umano, spesso si palesano in un orizzonte temporale di medio-lungo termine, e non è scontato che sia controproducente per chi ha investito in una tecnologia che solo in futuro potrà essere dimostrata come dannosa, tentare un azzardo morale per recuperare l’investimento. Il rischio che passi molto tempo, portando grandi guadagni alle imprese, prima che le pubbliche autorità riescano ad intervenire è molto alto. Io non mi metterei in prima fila.

Però ci sono esigenze di connessione da soddisfare. Molti concittadini lamentano scarsa connettività in molte zone del paese, anche solo per effettuare una telefonata. Come si conciliano le due cose?

Guardi, conosco bene il problema essendone vittima in prima persona, ma bisognerebbe fare prima una precisazione in merito. La tecnologia 5G è qualcosa di completamente nuovo rispetto alla precedente e si basa su onde elettromagnetiche diverse rispetto a quelle utilizzate finora, ed ha una funzione ben diversa. La nuova tecnologia non serve per migliorare la ricezione dei telefonini ma per connettere grandi numeri di dispositivi elettrici intelligenti.

In pratica ogni apparecchio elettronico del futuro sarà connesso in rete e potrà essere comandato a distanza o svolgere compiti in autonomia, con benefici e tanti rischi che questo comporta. Quindi non si tratta di un miglioramento incrementale della tecnologia esistente ma di un salto tecnologico importante che è ancora molto incerto nei suoi sviluppi. Poche persone sono oggi in grado di stabilire l’esatta portata di questa nuova rete.

Ma immagino che, almeno oggi, alla maggioranza delle persone interessi poco tutto questo. Quello che invece interessa veramente è una migliore copertura della rete telefonica mobile. Sarebbe, ad esempio, una buona soluzione installare più ripetitori della tecnologia attuale e abbassare l’intensità dei segnali di emissione, perché paradossalmente più ripetitori significano meno potenza, e meno potenza significa meno inquinamento elettromagnetico. Migliore copertura significa che anche i nostri cellulari, che teniamo sempre con noi, tra le mani, in tasca o sul comodino, emettano a loro volta segnali meno potenti, riducendo ulteriormente l’inquinamento elettromagnetico più vicino al nostro corpo.

E perché non si fa se sembra essere la soluzione ideale?

E qui torniamo di nuovo al mercato. Le compagnie telefoniche non hanno interesse a migliorare ulteriormente il segnale nelle aree rurali come la nostra e preferiscono avere meno ripetitori con segnali più potenti, seguendo semplici regole di mercato. E quando la linea non va? Pazienza!

Per questo motivo in alcuni settori particolari e strategici il ruolo dello Stato è fondamentale. Pensiamo alla sanità pubblica. Da quando sono state introdotte le regole di mercato anche in questo ambito abbiamo dovuto sperimentare la chiusura di diversi presidi sanitari in zone marginali del nostro territorio.

Ma chi vive in territori lontani dai centri abitati non ha una dignità minore degli altri. Queste persone, invece, svolgono un presidio di territori che altrimenti sarebbero completamente abbandonati e conservano memorie storiche che nei centri abitati vanno via via perdendosi.

Questo modello di sviluppo, o sarebbe meglio classificarlo come involuzione, andrebbe completamente ripensato. L’uomo dovrebbe essere sempre al centro e non il mercato o la tecnologia.

Questa riflessione sembra molto aleatoria, un modo per non occuparsi dei problemi reali, o di porsi fuori dalla società come una sorta di scorciatoia verso un luogo appartato. Non crede che ci siano esigenze contingenti da risolvere?

Al contrario, io credo che nella vita sia strettamente necessario avere dei punti fermi per potersi orientare rispetto ai cambiamenti. Punti fissi che non ci fanno smarrire quando ci troviamo dinanzi a strade non ancora percorse.

Cosa intende?

Io credo che chi resta in un ambiente rurale, in questo momento storico di estrema migrazione verso i centri urbani, si aspetti alcuni vantaggi rispetto alle città, come minore stress, inquinamento e insicurezza sociale e, più in generale, una migliore qualità della vita, rispetto al sacrificio di carriera professionale o di attrazioni che deve sopportare.

Si spieghi meglio.

Per prima cosa un ambiente rurale dovrebbe far rima con salutare, in tutte le sue declinazioni: acqua pulita, aria scarsamente inquinata, natura preservata. E sul piano sociale: comunità unita, vita sociale fondata su legami di familiarità decennali, tutti aspetti difficilmente riscontrabili in città.

Tutto bello, ma questo non basta a compensare gli svantaggi economici della mancanza di opportunità lavorative e di carenze infrastrutturali, e se si blocca il progresso la situazione potrebbe persino peggiorare. Non è d’accordo?

Il mondo moderno si basa su una fallacia di fondo: la confusione tra progresso e miglioramento tecnologico, che è solo una delle variabili in gioco quando si parla di progresso. La tecnologia in sé può avere risvolti positivi o anche negativi, in alcuni casi estremamente negativi.

L’avvento della rete Internet, ad esempio, ha portato molti e innegabili vantaggi alla società, ma ha anche disgregato le comunità sociali dei piccoli territori. Chiunque abbia vissuto almeno l’adolescenza fino agli anni Duemila conosce bene la differenza con il mondo precedente. La tecnologia, quindi, difficilmente è neutrale.

E arriviamo al punto: la nostra comunità deve chiedersi se la nuova tecnologia porterebbe più vantaggi o svantaggi e, più in generale, dovrebbe chiedersi di cosa ha bisogno per invertire la rotta tracciata e tornare a prosperare.

Riferiamoci al caso concreto.

Alla luce di quanto detto finora, ritengo che la tecnologia di cui attualmente disponiamo sia sufficiente alle nostre esigenze. Piuttosto mi impegnerei per potenziarla e migliorarla, attenendomi, invece, al sano principio di precauzione rispetto al 5G.

Più in generale, piuttosto, mi occuperei di ricostruire le relazioni spezzate tra persone e territorio e impiegherei il mio tempo e le mie energie ad occuparmi dello sviluppo delle nostre vocazioni migliori: l’enogastronomia a vocazione turistica.

Resto convinto che tra le mani abbiamo una Ferrari smontata e che abbiamo solo bisogno di trovare il manuale di montaggio.