Intervista a Miza, pittrice di Lacedonia, che espone ad Avellino le sue Arie d’Irpinia, il vento nelle cose

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La mostra è allestita al Circolo della Stampa di Avellino, Corso Vittorio Emanuele II e sarà aperta ai visitatori fino a venerdì 17 gennaio

Michela di Conza, in arte Miza, ha deciso di esprimere la sua interiorità e creatività dipingendo. Nelle sue Arie d’Irpinia vuole “intrappolare” in un quadro il vento della sua terra di origine. Vento che tutto accarezza, vento come aria e ossigeno, indispensabile per la vita, vento che muove, cambia e rende tutto un divenire…

I meravigliosi colori dei suoi quadri, rispecchiano molto la sua personalità estroversa e solare. L’arte di Miza è un vero talento. Alcuni dei suoi quadri ritraggono corpi in movimento, caratteristica derivante dalla sua professione di insegnante di educazione fisica.

Com’è stato il tuo primo approccio con la pittura, cosa hai provato nel dipingere la prima volta?

“Vuoi sapere della mia vocazione artistica? Allora devo parlarti del mio modo di stare al mondo, forse mi sono preparata ad essa senza saperlo. Non mi ritengo un’esperta, perché cerco di far collimare quotidianità e il giorno di festa che per me è l’Arte e cercando di “impastare” il tutto. Mi esalta rimanere a mezz’aria tra concreto e sogno. Il senso delle proporzioni e gli scompaginamenti stanno sulla tela, come nella vita. Penso che il mio primo approccio con l’arte avvenne un giorno quando con l’erba e i sassolini, non avendo matite e carta, cercavo di disegnare strade per farci passare formiche e insetti, in verità molto restii a servirsene – aggiunge ironica. Nella scuola sussidiaria di campagna era tutto in bianco e nero, mentre io ero sempre alla ricerca di qualche pagina colorata. Una matita rosa riuscii a strapparla a mio fratello dietro un compenso di 75 lire che avevo racimolato dai regali dei miei. Fu una grande festa, quando iniziarono ad arrivare dalla Svizzera i primi pastelli ad olio”.

Tra i tuoi quadri, c’è uno in particolare in cui ti identifichi maggiormente?

“Il quadro in cui mi identifico maggiormente è sempre l’ultimo. Lo “accudisco” come se fosse una mia propaggine e lo ritocco fino a quando mi rendo conto che, da solo, può “andare a parlare” agli altri”.

Durante il tuo percorso artistico, ci sono state tre persone importanti: lo zio Michele Panno, scrittore di Oscata, Paolo Fiorentino, commediografo, poeta e pittore di S.Giovanni Rotondo e il cantautore Vinicio Capossela.  Cosa hanno dato alla tua arte? C’è un filo conduttore che unisce tutti e tre?

“Zio Michele, mi è venuto in soccorso durante gli anni del Magistrale. Ammiravo i colori del Guardi, del Canaletto, ma lui mi parlava anche del colore degli affetti, delle relazioni. Mi spiegava che esistono regole della grammatica e regole della vita; le prime si applicano sempre e comunque come sono, le seconde si possono sovvertire e ricomporre all’occorrenza. Mi diceva sempre “per aspera ad astra”…

Paolo Fiorentino scriveva commedie in vernacolo e in italiano, recitava, faceva regia e dipingeva. Il suo “surrealismo cosmico” mi ha irrimediabilmente contagiata. Dopo ho capito che nel creare, la distorsione del tempo e dello spazio sono all’ordine del giorno.

Vinicio Capossela, come me, si è attivato con la musica e la scrittura, affinché il vuoto irpino non diventasse degrado e disperazione. Nel suo libro, “Il Paese dei Coppoloni”, è andato a riprendere il mito che desta meraviglia; forse è per questo che i luoghi irpini acquisiscono quella bellezza che nella realtà non hanno.

In realtà, un filo conduttore tra i tre non c’è, ma io li accomuno perché tutti e tre hanno fatto un percorso ai margini, per sentieri reconditi e accidentati, mettendo in conto gli inciampi per rialzarsi e ripartire a valorizzare l’Irpinia e tutto il Meridione. Vorrei aggiungere un’altra esperienza che è stata molto determinante nella mia Arte: la morte di una persona a me cara. Ho conosciuto l’esperienza della morte di una persona a me vicina e si è aperto il ciclo “Quando il colore va via dalle cose”, tutto permeato sull’Origine e la Fine. Questo dolore mi ha portato alla sorgente dell’Arte, dalle sue vette agli abissi, fino alle vertigini… questo rapporto con la morte e il dolore ha scompaginato le mie categorie mentali di Spazio, Tempo, Fisicità ed Energia”.

Dipingo perché sono donna.

Dipingo perché mi sento più libera di esprimere la mia creatività.

Dipingo perché mi esalta rimanere a mezz’aria tra il concreto e il sogno.

Dipingo perché talvolta i pennelli e le matite possono essere più dirompenti dei kalashnikov.

Dipingo perché non so mai dove mi porta IL SEGNO.

Dipingere perché? Sono certa che ancora non ho imparato…

Miza