C’è un tempo per uccidere, c’è un tempo per guarire di Nicola Prebenna

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Recita l’Ecclesiaste: c’è un tempo per uccidere, c’è un tempo per guarire. Il dramma che il paese sta vivendo ci impone delle riflessioni. La gente ha ripetuto e ripete che ce la faremo. E’ anche convinta che quando la bufera sarà passata saremo tutti un po’ più buoni.

La realtà del presente ci interpella, ci interroga e ci costringe a riflettere. Nella presente sintetica riflessione intendiamo, sia pure per cenni, concentrarci sul passato, remoto e recente, sul presente, e spingerci verso il futuro. Per quel che concerne il passato remoto, è sotto gli occhi di tutti che sulla sanità si sono consumati sprechi enormi. Hanno prevalso speculazione e scarsa attenzione alla salute dei cittadini.

Tanti ospedali nelle diverse realtà del paese sono stati costruiti, alcuni anche attrezzati, e abbandonati senza mai essere stati utilizzati. Nell’immediato, la polemica si appunta sulla tempestività degli interventi predisposti dalle autorità competenti, governative, regionali e territoriali, e sulla loro efficacia. Non intendiamo entrare in questa diatriba, perché l’urgenza impone di concentrarci sulla difficile realtà del presente. Con i contagiati che aumentano, con i decessi che si susseguono senza sosta, non c’è spazio per polemiche che potranno essere riprese in tempi più sereni. Che qualcosa non sia andato per il verso giusto è evidente.

La domanda sarebbe: siamo stati travolti dall’emergenza, potevamo prevederla, potevamo attrezzarci per tempo? Al di là di particolari che certamente saranno approfonditi in seguito, i provvedimenti adottati globalmente intesi sono andati nella giusta direzione. Allo stato presente, con l’incertezza sui tempi del prevedibile picco, correttamente le istituzioni raccomandano di non abbassare la guardia, di continuare ad attuare tutte le misure di distanziamento sociale e di prevenzione in genere, così da fare terra bruciata al diffondersi dell’epidemia. Molte le iniziative che hanno permesso di acquisire ventilatori, respiratori, mascherine, guanti, tamponi per intervenire più efficacemente e soprattutto tempestivamente.

La solidarietà anche internazionale attivatasi sta favorendo una boccata di ossigeno al personale sanitario che è stato spesso costretto ad operare con armi spuntate. Anche la solidarietà professionale da parte di paesi amici è un altro fattore che lascia bene sperare. Cinesi, russi, albanesi ed altri sono arrivati ad offrire la loro professionalità ed il loro impegno. Contando sulla solidarietà internazionale, continuando ad essere impegnati a pieno regime con le strutture attive ed in via di completamento, occorre al presente non abbassare la guardia e rimanere vigili e prudenti, nonostante un lieve calo dei contagi negli ultimi giorni. Proiettandoci verso il futuro, riteniamo che per davvero, passata la tempesta, debba essere ripensata dalle fondamenta non solo l’organizzazione della sanità, ma tutto il comparto della ricerca.

La realtà di oggi è un campo di sperimentazione dove si alternano comportamenti eroici, scelte opinabili, interventi non sempre tempestivi, carenze di materiale e difficoltà di organizzazione complessiva. Sarà necessaria e doverosa una seria analisi di ciò che ha o non ha funzionato, e soprattutto cosa dovrà essere pensato, a livello di ricerca, di formazione, di sperimentazione, di organizzazione per trovarci in un ulteriore futuro meglio attrezzati e più salvaguardati. Operando in questo modo, dopo il momento del pianto e del dolore, si potrà sperare in un momento positivo per costruire e guarire.